Galleria Alberto Weber, Torino, aprile 2002
Bruno Lucca
di Michele Bonuomo

Il signore delle ombre

Ombra {lat. ùmbra (m), di origine indeur.} s.f. 1 Diminuzione della luminosità, dovuta a un corpo opaco posto tra la sorgente di luce e l’oggetto o la zona illuminata. 2 (fis.) In ottica, parte non illuminata di una superficie, dovuta all’interposizione di un oggetto fra la sorgente luminosa e la superficie stessa. 3 Correntemente, sagoma scura proiettata da ogni corpo opaco se esposto a una sorgente di luce. 4 (est.) Zona più scura, di varia origine, su una superficie bianca o colorata. 5 Figura indistinta, avvolta dall’oscurità. 6 Fantasma, spettro, spirito. 7 Vana apparenza. 8 Leggera parvenza, piccolissima parte. 9 (fig.) Manifestazione esteriore non pienamente espressa di turbamento, dolore, sospetto e sim. 10 Difesa, protezione, riparo. 11 (fig.) Elemento o particolare poco chiaro, che genera fraintendimenti, sospetti, timori e sim. 12 (raro) Pretesto, specie. 13 (dial. sett.) Bicchiere di vino. 14 (psicoan.) Nella teoria di G. C. Jung, il lato oscuro inferiore e indifferenziato della personalità. Corpo {lat. còrpus, di etim. incerta} s.m. (pl. còrpi, m. lett. +corpora. f.) 1 Parte di materia che occupa uno spazio e presenta una forma determinata. 2 Complesso degli organi che costituiscono la parte materiale e organica dell’uomo e degli animali. 3 La parte sostanziale e più consistente di q.c. 4 Consistenza, compattezza, solidità. Paesaggio {da paese, sul modello del fr. paysage} s.m. 1 Complesso di tutte le fattezze sensibili di una località. 2 Panorama. (est.) Aspetto tipico di una regione ricca di bellezze naturali. 3 Pittura, foto e sim. che ritrae paesaggio. (Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, 1995).

Bruno Lucca, classe 1961, è un pittore di ombre, di corpi e di paesaggi. O meglio, è un pittore di “paesaggi” composti di solitarie e metafisiche ombre di corpi. Ombre portate di un corpo che non è presente nella scena del quadro, ma che immaginiamo frapposto tra lo sguardo del pittore e la superficie della tela. In questo caso la fonte luminosa che proietta l’ombra è l’occhio che guarda, e il corpo opaco, che interrompe la propagazione della luce, potremmo essere noi stessi che, di volta in volta, ci poniamo di fronte all’enigma di una tela vuota. O ancora, potrebbe essere la stessa figura del pittore che allunga la sua ombra sotto l’effetto di una misteriosa luce che lo investe. Una luce che non illumina, non rivela, ma che compatta e addensa nella campitura uniforme dell’ombra tutto quanto l’artista vede o immagina (i suoi paesaggi interiori). Le ombre di Bruno Lucca non celano simboli o artifici retorici della rappresentazione, né tantomeno alludono a trame narrative, a frammenti di parole dette e nascoste. Se proprio si vuol far ricorso a una metafora per “svelarle”, le sue ombre/paesaggi sono come libri bianchi (o neri) da cui le parole sono state cancellate. Libri, però, che sospendono nel vuoto apparente della pagina la memoria totale della narrazione. Operando una forte riduzione formale, al limite dell’astrazione, Bruno Lucca concretizza l’oggetto della rappresentazione – lo sguardo sulle cose di sé e su quelle del mondo – in un’icona assoluta e primaria. Quasi abbagliati da una sorta di potentissima deflagrazione i suoi corpi ridotti a icona proiettano e imprimono drammaticamente sulla superficie opaca della tela o della carta soltanto le loro ombre. Allucinazioni inquiete che disegnano territori resi immobili da un potente choc: anche i muri di Hiroshima per lungo tempo hanno trattenuto sulla loro superficie solo i fantasmi opachi di quello che fino a un attimo prima era stato un uomo! La stessa tecnica pittorica, messa a punto dall’artista per realizzare i suoi “paesaggi” umani, si muove nella direzione di una estrema riduzione di quella presunta complessità rappresentativa tanto praticata e teorizzata negli ultimi tempi. Bruno Lucca non è attratto dalla fascinazione dei mix-media o dalle fughe inutilmente complicate nella ipertecnologia: con una pratica pittorica fatta di semplificata, ma calibrata e precisissima manualità, permette alla sola materia cromatica di mostrarsi privata di ogni implicazione sentimentale. All’idea della complessità come valore, Bruno Lucca sostituisce il principio – oggi irritante ai più – secondo cui l’arte può essere fatta di poco, quasi di niente. A lui basta una campitura di colore e l’alone aureolato che la materia cromatica sprigiona, per dare consistenza, compattezza e solidità a un pensiero, a una visione, a uno stato di coscienza. Pensate agli assoluti di Malevich (nero su nero, bianco su bianco) o al rigore zen di Rothko (quadrati di colore puro) e capirete da che parte spinge la pittura di Bruno Lucca... Una scelta difficile la sua perché, all’apparenza molto semplice: un vuoto che non prevede di essere riempito, un silenzio che non anticipa parole, suoni, rumori. Uno schermo illuminato soltanto da una luce fissa e che può essere contemplato all’infinito. Ma anche uno specchio che contiene tutte le ombre che lo attraversano.

Indietro